Se c’è una disciplina, in Italia, di cui molti parlano ma pochi sanno, questa è senz’altro la psicologia. La figura dello psicologo o, meglio, dello psicanalista, popola l’immaginario collettivo in modo molto pregnante, spesso al di là dell’esperienza quotidiana. Ancora pochi, infatti, sono coloro che si avvicinano alla psicoterapia, eppure la figura dell’analista, forse in virtù di decine di romanzi e film dei quali è protagonista, è una delle più citate, spesso a sproposito. Chi la confonde con lo psichiatra, chi ne ha un’immagine, appunto, romanzesca o filmica: tutto si può dire, fuorché vi sia chiarezza. E allora cerchiamo di farla, questa chiarezza, avvalendoci del prezioso aiuto del Dott. Luca Nicoli, psicologo in Modena.
Partiamo dall’abc: chi è e cosa fa uno psicologo?
È’ un professionista laureato in psicologia ed inserito in uno specifico albo professionale. In particolare lo psicologo clinico si occupa della salute psichica, attraverso quello che è il suo strumento principe, ovvero il colloquio clinico, mediante il quale egli ottiene informazioni sulla personalità dell’individuo che ha di fronte, onde costruire un progetto di cura del disagio psichico, perché di questo parliamo.
Cosa intende per disagio psichico?
Un malessere personale o relazionale che la persona sente. Viene preso in esame e curato questo, a differenza del medico che cerca segni evidenti di malattia, che è un’altra prospettiva.
E qui probabilmente è evidente una prima differenza con lo psichiatra: vogliamo chiarire bene quali sono le differenze principali tra psicologo e psichiatra?
Lo psichiatra è un medico che si occupa della patologia psichica, con modalità differenti. Egli è principalmente un farmacologo e, in secondo luogo, può avere una formazione psicoterapica, ma molti utilizzano principalmente dei farmaci.
E lo psicoterapeuta?
E’ una terza categoria. Egli è uno psicologo o un medico che ha una specializzazione in psicoterapia, ovvero attua una cura psicologica basata sulla relazione con il paziente, spesso di tipo evolutivo, ovvero che mira alla crescita personale dell’individuo.
Sono possibili cure combinate?
In teoria sì, nella pratica c’è una maggiore diffusione della farmacoterapia, poiché la psicoterapia è più costosa, sia in termini di soldi sia di energia personale. L’approccio farmacologico, poi, è culturalmente più “comodo”…
Ha ancora senso, oggi, parlare di “tendenze” psicologiche, di “scuole” diverse?
Sicuramente sì, esistono approcci diversi e in continua evoluzione, che hanno alla base concetti diversi di mente, salute psichica e cura. Dipende poi dagli obiettivi che si vogliono ottenere. Per esempio, la terapia psicoanalitica a lungo termine interessa la conoscenza di sé e la crescita della persona. Accanto ad essa si sono però sviluppate terapie brevi che hanno come obiettivo quello di focalizzare l’attenzione su un sintomo o un disagio più specifico.
Dal suo osservatorio privilegiato, quali sono oggi le patologie più diffuse?
Senza dubbio le patologie ansioso-depressive, con una certa sottolineatura sull’ansia. In seconda battuta, le dipendenze patologiche, dalle sostanze come dal gioco o dalle relazioni. In generale, notiamo una certa fragilità narcisistica, del senso di sé, dell’autostima, del sentirsi cioè “in gamba” o “adeguato”.
Cosa avviene durante una seduta?
Avviene un colloquio nel quale lo psicologo mai si sostituisce – o dovrebbe sostituirsi – al paziente nel prendere decisioni. Lo psicologo aiuta il paziente a trovare dentro di sé le risposte che sta cercando, lo aiuta a diventare indipendente, tenendo presente come è fatto e cosa succede. Io insisto molto su questo punto, perché ritengo che la storia dello “psicologo amico” sia molto pericolosa. Lo psicologo deve essere esterno, avere un punto di vista “altro”, senza inserirsi nel contesto della vita del paziente, è colui al quale puoi affidare un progetto di cambiamento senza che egli ne abbia il potere. Per questo è fondamentale che egli mai abbia atteggiamenti amichevoli o, in senso lato, seduttivi, deve essere vicino ma sullo sfondo.
Per concludere: quando uno psicologo è in crisi, chiede aiuto o attua una sorta di “autocura”?
Guardi, uno dei maestri della psicoanalisi bolognese sosteneva che “uno psicoanalista ha bisogno di un paziente e di un collega”, perché senza collega si perde la capacità terapeutica. Lo psicologo che sta solo tende a prendersi troppo sul serio e crede che ciò che vede sia la realtà: parlando coi colleghi, essi vedono senz’altro altro…


