Ma quanto è lunga la notte? Sembra non passare mai. Mi sto annoiando a morte. Non posso nemmeno trascinarmi in giro sulle braccia, visto che non ho le braccia piegate come le vere Barbie.
Già.
Io ho le braccia dritte dritte, niente gomiti appuntiti, niente braccia piegate da alzare dietro la testa per ravvivarsi i capelli in un gesto di profonda altezzosità. Quindi nessuna speranza di trascinarsi in giro su queste braccine inutili. Del resto ho la testa da una parte e il corpo (incompleto per altro) da un’altra.
Uffa.
Uh oh. Sento strani rumori. Rumori in avvicinamento.
Oh oh. Non credo che sia lei. Sono rumori di zampette che ballonzolano sul terreno secco e assetato di pioggia. Oh no. Credo che sia un topo. Cavolo, mi hanno sempre fatto schifo i topi.
Uh, si avvicina al mio corpo abbandonato sul marciapiede. Osservo la scena con la mia testolina di bambola tarocca, sbalzata in mezzo al prato seccato dall’estate torrida. Il topo, marrone e grigio (direi grigio topo…) si avvicina curioso alle mie membra di plastica cinese. Mi annusa curioso, prova ad assaggiarmi con i suoi dentoni aguzzi poi si allontana con aria di sufficienza.
Benissimo.
Faccio schifo anche ai topi.
Ops. Come non detto. Ora si sta avvicinando alla mia testa. Oh cavolo, cavolo cavolo!!! Che schifo! Posso sentire l’odore del suo alito fetido e nauseabondo…mio Dio ma che ha mangiato questa bestia immonda?! Topi morti? Puà, comunque sia, potrei consigliargli l’uso dello spazzolino…o almeno una buona mentina.
Mi sta annusando. Brr, questa situazione di cacca mi sta facendo venire brividi di disgusto, li sento che scorrono giù per la mia schiena di plastica perfino a distanza.
Oh oh…sembra che il topo apprezzi i miei capelli. Me li sta rosicchiando. Oh mio Dio! Ok, non li ho mai apprezzati molto, erano attaccati con la colla, erano uno sparuto mucchietto di fili di plastica marrone appoggiati sulla mia testa, ma erano pur sempre i miei capelli! Dannazione. Credevo che mi si sarebbero staccati a causa della colla di pessima qualità.
Invece se li sta mangiando una bestia immonda.
Benissimo.
Almeno non faccio schifo anche ai topi, potrei consolarmi.
Ma quanto puzza questo maledetto topo. E poi quanto devo sopportare ancora questa tortura?
- Miao!!! –
Uh finalmente! Non sono mai stata così felice di sentire il miagolio di Biscotto, il suo gatto. Il topo maledetto finalmente si stacca dai miei poveri capelli e scappa inseguito dalla mole felina di Biscotto.
Ovviamente il topo riesce a scappare.
Del resto quel gatto peserà un quintale, abituato ad abboffarsi di biscotti tutto il santo giorno. Che credevate, che lo chiamassero Biscotto, perché era dolce e carino? No no. Quel gatto è un panzone, potrebbe fare la lotta giapponese, come si chiama…ah si, il sumo. Ahaha! Avrebbero potuto chiamarlo così, Sumo!
Il mio senso dell’umorismo non mi abbandona nemmeno in questo momento.
Uffa. Ma quanto manca ancora al sorgere del sole? Quanto dovrò aspettare ancora prima che lei si degni di scendere in giardino?
Potrebbe anche non accorgersi della mia scomparsa.
In fondo in mezzo a quel cesto pieno di bambole, il mio ruolo era secondario.
Non sono una principessa, non sono una sirena, non sono una ballerina, non sono un medico né tantomeno una stupida veterinaria. Sono solo una bambola insignificante. Non ho mai aspirato a grandi ruoli nella vita, in fondo sono pur sempre una bambola tarocca nata in un sacchetto di plastica con indosso uno scialbo abitino blu.
Niente scarpe.
Niente borsettina di raso coordinata al vestito.
Niente micro-spazzola.
Del resto a cosa mi sarebbe servita?
L’unica volta che lei ha provato a spazzolarmi i capelli mi ha quasi fatto lo scalpo.
Uh. Se ripenso a quella volta che ha provato a sistemarmi i capelli ancora mi brucia la testa. Mi aveva appena introdotta al suo mondo, fatto di giocattoli sparsi ovunque e di rosa confetto. Mio Dio la sua stanza era un gomitolo di zucchero filato alla fragola, in cui per caso erano rimasti impigliati i mobili.
E poi c’erano giocattoli di ogni tipo disseminati come briciole di pane su una tavola dopo un pranzo luculliano.
Bè, non proprio di ogni tipo.
Di un solo tipo, il tipo costoso, così costoso che più costoso non si può. E io cosa c’entravo? Me lo sono chiesta fin dal primo giorno.
Insomma lei mi trascina sul tappeto ed estrae da sotto il letto una scatola da scarpe (manco a dirlo, era rosa pure quella) piena di spazzoline, mollettine, pettinini e minuscoli elastici per capelli. Afferra una spazzolina a caso e, canticchiando non so quale stupida canzone infantile, comincia a spazzolarmi.
Fa appena in tempo a darmi un paio di spazzolate che le rimane in mano una consistente ciocca dei miei capelli.
Da quella volta non ci ha più riprovato.
Menomale.

