P ensavate di schivarvela?
Lo so, un occhiata rapida all’argomento trattato e poi ci si finisce dentro.
Cercare di capire i meccanismi, conoscere il nome delle patologie, scoprire i sofisticati dettagli di qualche disturbo.
Ipocondriaci? Depressi oppure ossessivi e quasi sicuramente ansiosi…….oppure ….un po’ feticisti?
Lievemente insonni oppure compulsivi col cibo, con il lavoro o nell’acquisto selvaggio? O nel sesso? Eterosessuali, omo, bi, trans? Partner di relazioni inafferrabili o inafferrabili in relazioni multiple? Genitori apprensivi, direttivi, desolati, impotenti o insofferenti?
Ma, soprattutto….. respirate?
Dunque le vite scorrono così, alacremente e automaticamente, spesso nei sotterranei del nostro sentire non c’è abbastanza luce e la polvere finisce per posarsi sui nostri desideri profondi.
Il nostro malessere, in qualsiasi forma ci venga a stuzzicare, nel corpo, nelle emozioni, nei pensieri, nelle esperienze della vita, non trova spazio, non può occupare tempo. Finisce per rimanere negli interstizi, nelle fessure della nostra corsa quotidiana. Molto spesso le persone che chiedono un colloquio si aggrappano ad un pensiero tipo: “ …se sto male/sento dolore/non so che strada prendere/mi sento bloccato…….allora in me c’è qualcosa che non va….” Così la tentazione rimane quella di aggiustare qualcosa, rimettendo a posto tutto per ricominciare il prima possibile a trottare, telefonare, comprare, lavorare, sistemare, ottenere e…
Allora, state respirando?
Si, perchè per me lo spazio “psico” è quello dove possiamo gentilmente interrompere questo approccio alquanto automatizzato alla nostra esistenza e concederci di ascoltare, di lasciare parlare i vuoti, i punti interrogativi, le esclamazioni, i silenzi.
E’ così che l’umanità, la bellezza, l’intensità, la meraviglia, il mistero si rivelano.
Vi invito a condividere con me qualcosa, attraverso questa pagina, lasciando per un momento da parte le risposte preconfezionate. E’ un invito ad usare tutti i sensi, a dare spazio al corpo, alle immagini, a tutto quello che ci abita e si agita in noi mentre sembriamo fare attenzione ad altro.
Rimanere in apnea, per quanto scomodo o assurdo possa sembrare, ci aiuta ad anestetizzarci.
Quando abbiamo il mutuo da pagare, lo straordinario da fare, i bambini da portare all’asilo, la baby-sitter da cercare, marito/ moglie/suocera/nonno/ gatto da accontentare e accudire, amici/amiche da vedere il martedì, il controllo medico da fare , la palestra da frequentare almeno due volte alla settimana sennò…. Ecco…un po’ di anestesia la usiamo per passare indenni da questo carico di responsabilità, da questo intreccio di relazioni. Poi una parte di torpore serve a non sentirci spaventati se non abbiamo il libretto di istruzioni per la vita. Spesso l’anestetico non basta e così in moltissimi sviluppiamo sofferenze legate all’ansia. Un modo moderno per chiamare la “paura della paura”.
Dunque respiriamo e poi prendiamoci del tempo. Ad esempio per scrivere. Un sogno o un fatto della giornata che ci ha toccato, una cosa che ci ha sorpresi, un momento in cui ci siamo sentiti fragili. Qualcosa che avremmo voluto dire e che non è arrivata al momento giusto.
Vi aspetto.
dott.ssa Maria A. Milazzo – psicologa, gestalt counselor
mamilazzo@centrosicomoro.org


A volte farsi troppe domande è peggio! sono d’accordo dottoressa siamo troppo attenti alle cose inutili che a volte non siamo noi stessi ed non siamo attenti ai nostri bisogni.Credo che sia anche lo stile di vita che a volte è talmente vorticoso che ci ingloba e ci fa perdere i contatti con le cose piacevoli, ok è ora di un bel respiro!