La pigra luce del sole filtra attraverso le veneziane e si posa sulla mia canottiera, madida di sudore.
Il caldo è arrivato presto quest’anno, ed è già soffocante.
Saverio si è messo a dormire in fondo ai miei piedi, probabilmente a caccia d’aria fresca, dato che il mio letto sta proprio sotto la finestra.
Con un mano gonfia per il caldo cerco di staccare il tessuto dalla pelle, facendomi vento per rinfrescarmi un po’.
La vecchia sveglia sul comodino dice che mio padre si è già alzato da un’ora ormai. Sorrido e, lesta come un gatto, sgattaiolo fuori dal letto e infilo la testa in cucina.
Mia madre è già ai fornelli, con i lunghi capelli neri raccolti alla bell’e meglio e il camicione fiorato che sventaglia ogni volta che il ventilatore gira dalla sua parte.
Mi avvicino senza fare troppo rumore, ma lei mi sente arrivare e, con un gesto sbrigativo, mi passa la mia tazza.
Così, senza parlare.
Nella mia famiglia non ci si parla mai, sembriamo pesci in una boccia, così occupati a girare in tondo da non accorgerci di chi abbiamo di fianco.
Solo io e Saverio facciamo lunghe chiacchierate, all’ombra del pino marittimo di fronte a casa nostra.
Lontani da orecchie indiscrete ci raccontiamo i nostri segreti, inventiamo storie fantastiche e giochiamo ai pirati.
Dentro casa invece il silenzio rimbalza tra le mura.
Mia madre non parla, mio padre non parla, e mio fratello ed io ci adeguiamo. Ci siamo abituati a comunicare tramite gesti e sguardi, a girare in punta di piedi per non fare rumore.
Seduti a tavola per la cena il rumore delle forchette nei piatti è assordante.
Non ci si guarda nemmeno in faccia, ognuno con gli occhi fissi sul piatto, tranne mio padre, che mangia guardando il mare dalla finestra.
Non appena l’ultimo boccone è sparito, fagocitato per sempre dalle nostre bocche fameliche, mia madre si alza e, trascinando i piedi sul pavimento nelle sue vecchie ciabatte sfondate, raccoglie i piatti sporchi per portarli al lavello.
Conscia del mio ruolo nell’economia famigliare mi alzo dopo di lei, e preparo il caffè per mio padre.
A lui piace bere il caffè dopocena, molto zuccherato, seduto sui gradini della porta d’ingresso, con i gomiti appoggiati alle ginocchia, a guardare il mare. A volte, quando la pesca è stata davvero buona, fuma anche una sigaretta.
Se le fa da solo, seduto al tavolo della cucina. Le sue dita corte e callose lavorano alacremente per arrotolare la piccola striscia di carta attorno a un mucchietto esiguo di tabacco. Poi, con fare esperto, lecca un lembo della cartina e richiude il tutto, sigillandolo definitivamente.
La fuma dopo il caffè, sbuffando verso il suo più grande amore, con gli occhi semichiusi e noi giriamo al largo.
Credo che veda il mare anche quando chiude gli occhi.
Mi siedo e mangio velocemente la mia fetta di pane inzuppata nel latte. Saverio sbuca dalla nostra camera con i capelli in disordine e la faccia gonfia per il sonno. Mi guarda con i suoi occhioni neri ancora assonnati e ci salutiamo a modo nostro. Si arrampica sulla sua sedia, e mia madre gli piazza la tazza davanti al viso.
Saverio si allunga sulla tavola, striscia con la maglietta sudata sul legno del tavolo, cercando di ghermire il cestino del pane con le sue manotte, ma non ci arriva.
Do al cestino del pane una leggera spinta, senza farmi accorgere, che se no poi ci rimane male, e, finalmente, riesce ad acchiappare la sudata fetta.
Trionfante, con un sorriso ingenuo e dolcissimo, inzuppa la sua fetta (e qualcuna delle sue dita cicciotte, così, per dare più gusto) nel latte, ingoiandola alla velocità della luce.
Le sue gambe corte si muovono inconsapevolmente avanti e indietro, come se stesse cercando di dondolare sulla sedia, neanche fosse un’altalena. Non si accorge di far rumore, così lo guardo un po’ cattiva e lui si ferma subito.
Aspetto che anche Saverio abbia finito di mangiare e raccolgo le nostre tazze. Mi affianco a mia madre, che sta pulendo la verdura, e lavo le tazze nel lavello.
È uno dei pochi momenti in cui siamo vicine, così vicine che sento la stoffa del suo camicione che mi sfiora il gomito. Allargo apposta un po’ le braccia, cercando di guadagnare spazio e, magari, trovare la sua pelle. Ma lei si allontana non appena mi sente, brusca e sbrigativa come sempre.
Rimetto a posto le tazze e raccolgo le briciole che Saverio ha disseminato sul tavolo e sul pavimento, mentre a gesti gli ordino di andare a vestirsi così possiamo uscire a giocare.
