1 MAGGIO A MODENA

Vengo da una famiglia (mio padre e mia madre) di grossi lavoratori. In Emilia il lavoro per certe generazioni e’ un culto. Mi hanno sempre detto che “bisogna lavorare” qualsiasi lavoro…..a qualsiasi condizione…

Sono cresciuto con questi input. Poi in cuor mio ho sempre sperato di non dover lavorare con le mani…..ma cosi’ non e’ andata. Per capire, sapete bene che da noi si dice “lavorare” e non faticare, sei un lavoratore e’ un complimento, “non ha voglia di lavorare” un’offesa.

Il primo contatto vero che ho avuto con una fabbrica medio grande risale al 1997 , Fini S.p.A..

Avevo gia’ fatto flop in qualche “lavoretto estivo” non potevo fallire……almeno per non dare dispiacere a mia madre.

Non sto a descrivere cosa facevo da Fini, mi limito a dire che o “correvo” o facevo operazioni manuali cosi’ semplici che non vi immaginate, che anche una scimmia, (veramente) avrebbe potuto fare, ma a ritmi sempre piuttosto alti. C’erano 2 reparti in cui fondamentalmente lavoravo, il salumificio dove facevamo solo zamponi e cotechini (4/5.000 al giorno) e il confezionamento della pasta. Il salumificio lo odiavo. Era una tortura,il lavoro era estremamente ripetitivo, toccavi solo zamponi crudi, i guanti si bucavano sempre e dagli zamponi usciva un liquido che inevitabilmente finiva sulle mani che a loro volta si erano tagliate e che bruciava. L’ambiente era fresco, l’odore di carne cruda nauseante, ed i colleghi……be mi limito a dire che non capivo una parola del loro dialetto, quindi evitavo di parlare. Camice, guanti e cappellino, erano obbligatori in tutta l’azienda, ma non certo comodi. Ogni 2 ore potevi andare in bagno e fumare una sigaretta.

Al reparto confezionamento invece c’era calduccio, rumore assordante , quindi anche tappi nelle orecchie, e una macchina lunga una decina di metri da controllare mentre i tortellini arrivavano, la plastica veniva deformata in vaschette, le lame la tagliavano, io prendevo le confezioni, riempivo gli scatoloni, li scocciavo, li impilavo, li mettevo su un pallet e li spostavo, tutto mentre la macchina andava. Tra i due preferivo il confezionamento almeno non c’era odore di carne e le mansioni erano molto piu’ varie. C’erano anche i turni di notte ovviamente, di 8 ore.

8 ore che sembravano 800 sia di notte che di giorno, un vero e proprio incubo, almeno questo era per me, e Fini non e’ sicuramente il postopeggiore in cui ho lavorato ma il primo di molte fabbriche. Io facevo cose …io lavoravo (come tutti) esattamente come un robot, ma mi avevano insegnato “che si doveva fare” e che era tutto assolutamente normale.

Raramente (un paio di volte) le macchine andavano piano, quando la Kraft cedette l’azienda alla Chiari e Forti. I giorni in cui gli acquirenti venivano a vedere l’azienda le macchine andavano pianissimo, per evitare ogni minimo disguido tipo “pioggia di tortellini” sirene, o problemi vari, noi asi ci annoiavamo.

Qualche anno fa ho scoperto che illustri pensatori, economisti ecc. gia’ nel 19° secolo chiamavano quello che io facevo da Fini “schiavismo” e mi associo pienamente. Da allora non ho mai piu’ toccato uno zampone , non perche’ venissero fatti male, ma perche’ mi ricordano quell’ambiente.

Dopo Fini, a livello di “produzione” ho fatto gelati e dolciumi, cucine, automobili, trattori,

motoriduttori, borse e portafogli……questo solo a livello di produzione e credetemi ne ho viste piu’ di quello che immaginiate.

Ora e’ il 1 maggio, io non so neanche cosa significhi e non voglio approfondire l’argomento (si possono scrivere libri in proposito), a me non frega nulla come di qualsiasi altra festivita’, ma sono dovuto andare in centro (sigarette) e ho fatto un video (per gli amanti di questa citta’).

Comunque da Fini almeno ero pagato abbastanza bene e trattato con rispetto dai superiori, in altri posti no.

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