Sfondata quota 1.070 dollari l’oncia E’ ancora febbre dell’oro. Il lingotto ha nuovamente superato tutti i record, sfondando quota 1.070,80 dollari l’oncia. Ad innescare l’inarrestabile corsa del prezioso metallo giallo è la debolezza del biglietto verde, sui minimi dopo che il numero due della Fed, Ronald Kohn, ha affermato che i tassi Usa resteranno a lungo a un livello molto basso. E così l’euro ha spiccato il volo superando quota 1,49 dollari. Ed è stato contagiato anche il petrolio, volato oltre i 74 dollari.Il mercato è alla ricerca di uno scudo per difendersi dall’inflazione che si staglia all’orizzonte e dal declino del dollaro.
”Il dollaro – ha spiegato alla Bloomberg Edmund Phelps, Premio Nobel per l’economia nel 2006 – era forte perchè gli Usa erano una “ancora di salvezza durante la tempesta. Ora che la tempesta si sta esaurendo, chi ne ha più bisogno?”. “Certo, c’è l’impegno verbale della Casa Bianca a sostegno del dollaro forte, ribadito dal segretario del Tesoro Tim Geithner che al G7 di Istanbul ha detto: “faremo tutto il necessario per assicurarci di sostenere la fiducia” nell’economia americana. Ma gli investitori, più che alle parole, stanno guardando ai fatti e i fatti parlano chiaro: a partire dall’enorme spesa pubblica impegnata da Obama per tirare fuori gli Stati Uniti dalla crisi, che secondo le stime del Congresso porterà il deficit di bilancio dell’anno fiscale terminato il 30 settembre a 1.400 miliardi di dollari: una cifra superiore al prodotto interno lordo dell’India. Pesano i 787 miliardi di dollari del pacchetto di stimolo all’economia, e le entrate fiscali più basse registrate dagli Usa negli ultimi 50 anni. Per questo le parole di Geithner appaiono per il momento prive di sostanza politica. E c’è anzi il sospetto che gli Usa stiano in realtà utilizzando la svalutazione del dollaro per rilanciare il proprio export ed evitare qualsiasi rischio di deflazione. Un cocktail reso ancor più pesante dalla disoccupazione che viaggia verso il 10%, un livello elevatissimo per un’economia, come quella americana, che deve ai consumi i tre quarti del prodotto interno lordo. Basta aggiungere i tassi della Federal Reserve, che restano inchiodati ad un livello prossimo allo zero, ed ecco che le prospettive di recupero del dollaro appaiono lontane. Tanto che continuano a rincorrersi le ipotesi di un cartello di paesi produttori di greggio per sostituire il biglietto verde con altre valute per i pagamenti internazionali del petrolio. Guardando avanti, i mercati sentono odore di forte inflazione nei prossimi anni: principalmente a causa dell’enorme liquidità presente sui mercati e della politica di ‘deficit spending’ messa in atto nel mondo industrializzato. E per difendersi dall’erosione del valore monetario, la migliore opzione è proprio l’oro”.
Fonte: tgcom.mediaset.it
