
Proprio mentre il suo acerrimo rivale Borromini stava ultimando quell’incredibile «galleria prospettica» di Palazzo Spada, che in un minimo vano obbligato ti dà l’impressione d’intravvedere la fuga di un salone profondissimo, miracolo vero di illusionismo architettonico, Bernini scriveva: «L’arte sta in fare che il tutto sia finto, e paia vero». Che è verità assoluta, ma che va anche ben decifrata. L’arte è sempre stata, all’origine, duplicazione di quello che si vede, con gran stizza di Platone, che scopriva per due volte l’uomo allontanato dalla Verità iperurania, inseguendo e idolatrando una copia di una copia. Da quando una fanciulla greca innamorata, vedendo il proprio amato partire, aveva deciso di catturare con un tizzo di carbone, sul muro, la sagoma della sua ombra, illuminata da una fiaccola, l’arte era divenuta duplicazione, mimesi, simulacro di qualcosa che può anche deperire o fuggire. La copia deve esser così vera da non sembrare copia. Ma quando con le sue ombre e la sua arte ed i suoi colpi di luce, che scimmiottano (simia natura, era definita l’arte) perfette rotondità scultoree ed una verità illusiva, il pittore cerca non solo, con la virtuosità della sua arte bidimensionale, di simulare appunto una tridimensionalità apparente, ma vuol farci capire che quell’arte è falsa, quell’illusione fittizia, al punto che sporgiamo una mano per ghermire un grappolo d’uva o una conchiglia che non c’è, in quale regno ci troviamo? Appunto, nel regno del trompe l’oeil, dell’inganno voluto, fatto ad arte, perché c’è sempre una certa compiacenza infantile, nel farsi ingannare, nel credere da adulti a Babbo Natale. E talvolta un filino di melanconia, nel verificare che quell’uva è fasulla, che non potrai mai affondare i denti in quella polpa, così credibile, di pesca. Accarezzi un fantasma, e lo sai.La suggestiva e sapiente mostra che Cristina Acidini e Anna Maria Giusti hanno tramato per noi, prendendoci in trappola con mille inganni, indaga tutto quest’universo infido e seducente, che passa da un credibilissimo vestito di carta ad una pantofola di diaspro, dalle imitazioni del marmo in scagliola alle incredibili miniature padovane quattrocentesche, ove è continuamente imbandito questo spettacolo della carta nella carta, del cartiglio illusivo, che pare sorretto scultoreamente dagli angeli miniati, del rotolo di papiro che s’accortoccia davanti ai nostri occhi stupefatti (ma è già cinema di cartapecora!) o del rosario di coralli, che pende da una lesena dipinta e ti verrebbe istintivo il gesto di sollevarlo, di rubarlo. Un continuo gioco di specchi, fuori e dentro le cornici, o dei «finti assi», come si chiamavano un tempo, quei tavoli dipinti, ove hai l’impressione però che l’occhialino stia davvero in rilievo, o dove puoi fingere di appendere o prendere delle lettere, imitate alla perfezione, quasi fotograficamente, e sostenute da un nastrino, che ti pare che ceda, nel momento in cui passi. Imminenza della vita, che transita nell’arte e piacere dell’inganno, della cornice che trattiene quella vitalità un po’ demonica (alcuni scultori o pittori furono sospettati di magia, di manipolazione di cadaveri, come il Principe di San Severo. Rodin fu schernito, quasi fosse ricorso a dei calchi veri di persone, per il suo L’age d’Airan. Un grande americano mimetista come Brooks, così abile nel riprodurre dollari, vigilato quale possibile falsario). Ma è bello perché attraverso il tema del trompe l’oeil, in quegli intertisti tra vetro e pittura, che creano ombre ed anfratti, passa anche la polvere della Storia, storia della cultura, dell’esistere.Mantegna usa lo scorcio d’un gomito, puntato verso di noi su un davanzale illusivo, per magnetizzare una profondità viva e prospettica dell’anatomia, raddoppiata dal vangelo, di coltello. Peto e Harnett, così frontiera americana, usano la verità illusiva per far trasudare il benessere benestante della loro inarrestabile borghesia wasp. I complici delle Wunderkammer, simulano i loro lignei Scarabattoli, come armadietti dai battenti schiusi, per attizzare la nostra golosità, tra naturalia ed artificialia. Un olandese pianta un credibile finto coltello nel cuore del finto legno, per andare a vedere che cosa c’è di là, molti anni prima di Fontana. Immaginare che cosa c’è dietro l’arte, far sapere che l’arte non finisce sulla sola superficie. Il portentoso danese o fiammingo Gijsbrecht ci racconta il retro delle cose, e del telaio del suo quadro, che non si vedrà, perfetto Paolini secentesco in Fiandra. Heidegger l’ha spiegato: la verità è «a-letheia», scoprimento, svelamento. Tiziano dipinge il suo Arcivescovo Archinto, per metà velato, la mano stanca che pare giocare funebre con la mussolina, che lo rende, per metà, livido ectoplasma. Tutto è maschera, tutto è velo, nel mondo. Ti verrebbe voglia di scostare quella tenda, che passerà poi a Rembrandt, a Picasso: ma sai che non è altro che secca pittura. Come nella leggenda di Zeusi e Parrasio: il velo non lo scosti, perché è dipinto. Così come è dipinto il guappetto di del Caso, che vorrebbe fuggire dall’arte e dal museo, ma è come incatramato dalla vernice dannata della pennellata. Accanto, la mamma in silicone di Duane Hanson, con carrozzina, è così vera e a ridosso del quadro, che ti domandi come mai il vero allarme non suoni. è la squilla, che ti dice che anche tu sei stato ingannato.
FONTE: www.lastampa.it
