
Quando la moda fa discutere è meglio. Piace di più. Soprattutto ai giovanissimi che hanno scoperto il sottile piacere di sfoggiare capi nuovi, o datati, con slogan provocatori. Di esibire accessori che lanciano messaggi tosti e diretti, legati all’attualità. Un po’ come usava con i simboli «Peace and Love» negli Anni ‘70. Solo che oggi si tratta di un trend meno agguerrito. Sempre politically correct, ma anche «conversational», utile ad «attaccare bottone» con i coetanei in una società che ormai è fatta di poche parole e tanti segni. Insomma, un modo come un altro per reinventare un linguaggio che serve a favorire contatti più personalizzati.
Gusto di polemica
Il pianeta fashion è superficiale, capriccioso, inafferrabile e paurosamente voltagabbana. Ma non del tutto sordo e cieco. Ogni tanto ci prova a far polemica. A prendere posizione, fra un volant e una pince, pro o contro vizi diffusi, politiche scellerate, soprusi incancreniti, sperperi e scarse coscienze ecologiche. A volte lo fa pro domo suo, nella speranza di ottenere un sostanzioso ritorno pubblicitario gratis (e spesso ci riesce). Altre perché ci crede veramente (rare).
I comunicatori
Usa le gag d’effetto, la cultura, l’arte, la fantasia aguzzata dalle notizie di cronaca e manipolata ad hoc da comunicatori professionisti. Ma intanto smuove le acque. Sta poi ai consumatori decidere se l’operazione è fatta in buona fede o no. E come tutti i settori creativi, chi azzecca la formula, scatena l’interesse dei consumatori a tutto tondo. Anche di chi non distingue un pantalone a zampa d’elefante da un tubino nero.
Come funziona
Il volano delle polemiche è la passerella. Da una vita si sa che in pedana finisce quello che fa show (mentre i capi in produzione sono altri). Quindi perché non usare quell’attimo di gloria, quei dieci o venti minuti spettacolari, per graffiare il pubblico con argomenti che lo toccano da vicino, lo irritano o lo scandalizzano? Una strategia da marpioni che ben conoscono i veterani della pubblicità. E dato che la sensibilità del pubblico, oggi più che mai, è tarata sugli argomenti caldi e scabrosi di attualità, ecco che il gioco è fatto. Ormai hanno imparato la lezione anche i piccoli marchi. Come quello di Anna Rachele che, sulla scia dei festini berlusconiani ha lanciato per i party natalizi le T-shirt con l’eloquente scritta «I’m not an escort» esibita dalle teenager in discoteca come un trofeo. Sullo spinoso campo antistupro si sono invece schierate griffe come Missoni e Borbonese, con accessori muniti di fischietto (agganciato a collane e bauletti) da usare in caso di pericolo. Mentre sul fronte gay è sceso in campo D.Squared 2 con la discussa sfilata battezzata «Church», chiesa, in cui un paio di stagioni fa ha mandato in pedana alcuni modelli sigillati in golfoni tricottati a mano che recitavano «Jesus Loves Even me», ormai diventati un cult da scovare nei negozietti vintage.
Effetti choc
L’Oscar degli effetti choc impopolari spetta a John Galliano che scatenò un mare di polemiche con le sue magliette dove il ritratto di Gesù Cristo sanguinava (chi ne possiede una la esibisce come un trofeo). La più agguerrita sul fronte politico è invece da sempre Vivienne Westswood. Famosa, la sua battaglia a suon di bluse per la liberazione del condannato a morte Leonard Peltier che tutt’ora continua (anche sul sito: www. activeristence. co. uk/PoliticsandJustice.htm1). Poi contro la legge inglese secondo cui la detenzione preventiva di un carcerato può durare addirittura 56 giorni. Senza contare l’exploit dell’ultima sfilata parigina, dove la stilista suggeriva alle clienti di applicare sui vestiti manifesti di protesta inerenti agli argomenti che stanno loro più a cuore. Lei intanto si batte per tutelare l’ambiente e ha da poco fondato insieme con il principe Carlo d’Inghilterra il progetto «Save the Rainforest», per salvaguardare le foreste pluviali.
FONTE:www.lastampa.it
