La pop-art tra icone sexy e rivoluzioni fallite

L ’arte è in perenne movimento e mutamento ed ogni opera, in quanto definita, ha in sé il germe del «finito». Questo il messaggio della mostra «Apocalypse wow!», che fino al 31 gennaio al Macro Future propone una panoramica su pop-surrealismo, neo-pop e urban art. Il pop contemporaneo, figlio di quello storico di Warhol, esce dalle mura concettuali della factory per invadere città e superfici, in un percorso che si snoda tra ottanta dipinti, sculture e installazioni di alcuni dei più significativi artisti della cosiddetta era globalizzata, da Ron English, ideatore della «Pop-aganda», a Daniel Richter, da Junko Mizuno a Obey, noto per l’icona elettorale di Barack Obama, da Victor Castillo a Nicola Verlato, che ha rappresentato l’Italia alla biennale di Venezia.Il gioco-denuncia del pop diventa denuncia del gioco nelle opere di English, che ironizza sulle icone americane, mettendo facce da Mickey Mouse sui seni di Marilyn Monroe o svelando il teschio di Charlie Brown. Così anche nei lavori dal tratto disneyano di Gary Baseman o in quelli di Anthony Ausgang, che fondono le suggestioni dei film di Tarantino con lo stile cartoon.Rimandano alla scuola di Haring e Basquiat i lavori di Doze Green. Dalle ceneri dei miti abbattuti ne sorgono di nuovi, come testimoniano i pop-up di Mark Ryden per l’album Dangerous di Michael Jackson o il ritratto di Obama appunto, firmato da Shepard Fairey, in arte Obey, immagini già pronte a dissolversi per fare posto ad altro.Protagonista dell’esposizione, infatti, è un futuro apocalittico, tempo indefinito in costante disgregazione nel tentativo di dimostrare la meraviglia dell’arte, capace di permeare il quotidiano, rifuggendo da ogni canone e «staticità». Sono i vortici sessual-infernali di Verlato, le atmosfere manga di Kei Sawada, i marziani di Tim Biskup e la grande tavola glitterata «The Grand Delusion» di Camille Rose Garcia, dove un coniglio esce dal cappello per rivelare la «magia» tutta terrena dei consumi.Senza dimenticare i fumetti surreali di Jeremy Fish e la street art invasiva di Flying Fortress. Il nuovo si mette in mostra per stabilire un punto da cui ripartire e andare alla ricerca del «nuovissimo».
FONTE:www.ilgiornale.it

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