Debutto assoluto giovedì 15 per ‘L’Avaro’ del Teatro delle Albe al Teatro Storchi di Modena

D ebutta a Modena in prima assoluta la nuova produzione del Teatro delle Albe. Fresca vincitrice del Premio Ubu 2009 come miglior attrice, Ermanna Montanari, sarà un inatteso Arpagone.Con L’Avaro, diretto da Marco Martinelli, il Teatro delle Albe porta a compimento il suo affondo nell’opera del drammaturgo francese iniziato con il detto Molière (che ha debuttato in febbraio al Théâtre Le manège di Mons in Belgio). La lezione di Molière – che la compagnia affronta a partire dalla traduzione di Cesare Garboli – è quanto mai attuale, capace di penetrare il male in tutte le sue forme, sociali e psichiche. Ma la particolarità qui sta anche nel fatto che entra in gioco lo scardinamento tragicomico e visionario di cui sono capaci le Albe e che a interpretare Arpagone – antico avaro che si va trasformando in un moderno finanziere – è Ermanna Montanari (cui è stato consegnato nel 2009 il suo terzo premio Ubu come “miglior attrice”).Sono tanti gli Avari. Brulicano nella parte ricca dell’Occidente, asserragliati nei loro bunker. Nella loro casetta-cassetta. Sono tanti gli ingordi, avidi, sospettosi, impauriti che gli venga tolto il “loro”, e al tempo stesso famelici, ancora e ancora, quel che si ha non basta mai. Uccellacci rapaci. “Arpax”, rapace, è l’antica parola greca da cui deriva il nome “Harpagon”. Siamo tutti noi, Arpagone. Arpagone è diventato “uno di noi”, la nostra furente, egotica ingordigia psichica. Che L’Avaro di Molière sia un concentrato di lazzi e di trovate della tradizione comica, che discenda per via diretta e dichiarata dal modello plautino, ne spiega la natura di meccanismo simmetrico, dove le battute sono limpidamente disegnate dai corpi, iscritte nelle azioni fisiche degli attori (Molière e la sua compagnia) che lo hanno creato nel 1668. E’ molto evidente la scrittura di carne, il lavoro di palcoscenico che ha generato la commedia. Meno evidenti sono invece le molle profonde che hanno fatto dire a Goethe che L’Avaro è “l’opera più tragica di Molière”, che hanno fatto scrivere a Cesare Garboli, tra gli esegeti italiani più penetranti dell’opera molieriana, che tra le sue commedie è “la più misteriosa”. Ma la tragedia e il mistero che sorreggono gli scintillanti dialoghi comici non abbisognano di ombre e tenebre per manifestarsi, anzi. A noi sembra che rifulgano ancor più in piena luce, fantasmi di una luce che sborda al di là del palco, a illuminare i “doppi” di Arpagone seduti in platea. Ecco dunque questo Avaro dal ritmo onirico e ridente, ecco Arpagone che se la gira sul palco come un vampiro da cabaret, fantasma-burattino di un perpetuo, ridicolo potere, impugnato da un’attrice come un’arma crudele e grottesca, attorniato da una galleria di larve impaurite e ipocrite e attraversate da scariche elettriche.
FONTE:www.modena2000.it

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