Prosegue fino a domenica 20 febbraio la XXV edizione di “Unica fine art expo”. Protagonisti i 200 antiquari italiani e stranieri con proposte che spaziano dai mobili d’epoca agli arredi per l’esterno, dai dipinti del Cinquecento ai quadri del primo Novecento. In mostra anche una collezione di “vanitas”: piccoli teschi, dal ‘600 al ‘900, che servivano come monito per ricordare la caducità della vita
25 antichi teschi, di diverse epoche, materiali e provenienza, ma con uno scopo comune: ricordare al possessore la precarietà della vita e ammonirlo verso il peccato. E’ una delle proposte più curiose di Unica Fine Art Expo, che prosegue fino a domenica 20 febbraio a ModenaFiere.
Sono 25 piccole “vanitas”, esposte presso lo stand di Dario Ghio di Montecarlo (padiglione Guido Reni, stand XX): teschi d’avorio, d’argento, in legno di bosso, di periodi diversi compresi tra il ‘600 e l’inizio del ‘900. La vanitas, nelle arti visive, è un’opera con simboli che alludono al tema della caducità della vita. Il nome deriva dalla frase biblica vanitas vanitatum et omnia vanitas e, come il memento mori, è un ammonimento all’effimera condizione dell’esistenza. Il proliferare di questo tema ha avuto il suo massimo sviluppo nel Seicento, come conseguenza al senso di precarietà che investì l’Europa in seguito alla guerra dei trent’anni e al dilagare della peste.
I pezzi esposti a Unica hanno una provenienza eterogenea: alcuni arrivano dalle scrivanie di prelati che li utilizzavano come macabro “promemoria”, altri sono le appendici di rosari i cui grani originari erano costituiti da teschi in miniatura. Sono tutti oggetti curiosi, ma pezzo in particolare si distingue dagli altri, per le dimensioni e perché si tratta di una figura intera: è uno scheletro che porta sulle spalle un sacco pieno di ranocchi, simbolo di buona sorte. “In questo caso si tratta di un portafortuna: è un’opera d’avorio dell’800, proveniente dal Giappone – spiega l’antiquario Dario Ghio – e rappresenta proprio un’antica favola giapponese. Si racconta che un eremita salvò un ranocchio magico e questo, per ringraziarlo, gli donò i suoi poteri”.
Non mancano altre preziose curiosità, come un violino ottocentesco del liutaio Enrico Clodoveo Melegari: questo raffinato esempio in legno d’abete del lavoro del Maestro torinese ha vinto la Medaglia d’Oro all’Esposizione Internazionale di Parma del 1887. I violini di Melegari sono molto rari e i pochi esemplari in circolazione attraggono l’interesse dei collezionisti. Nel 1980 il valore del violino – proposto dalla galleria Antichità e Design di Torino (padiglione Guercino, stand 25) – era di 20 milioni di lire, mentre il valore attuale è di circa 65 mila euro.
Unica prosegue fino a domenica 20 febbraio ed è aperta al pubblico sabato e domenica dalle 10.30 alle 20.00.

