Sogni: perché a volte non si ricordano

Capita a tutti: ci si sveglia al mattino con la sensazione di aver fatto un sogno bellissimo, oppure inquietante, eppure non riusciamo a richiamarlo alla memoria. Altre volte, invece, il sogno resta presente e vivido, con il suo carico di gioie e dolori, e non riusciamo a liberarcene per quanti sforzi facciamo. Uno studio italiano spiega ora perché a volte il cervello “registra” i sogni e perché altre volte, invece, non ne vuole proprio sapere.
Lo studio, pubblicato sul “Journal of Neuroscience”, ha individuato i meccanismi cerebrali che danno origine a questo fenomeno. Secondo l’indagine, condotta da ricercatori del dipartimento di Psicologia della Sapienza e dell’Associazione Fatebenefratelli per la Ricerca (AFaR), insieme a ricercatori delle università dell’Aquila e Bologna – informa una nota – si riesce a ricordare il sogno solo se la corteccia cerebrale presenta oscillazioni elettriche lente durante la fase Rem del sonno. In particolare, per ricordare i sogni occorre che queste oscillazioni lente, cioè di una frequenza tra i 5 e i 7 Hz chiamate “onde theta” , siano presenti sulle aree frontali mediali.
Per arrivare a questa conclusione alcuni studenti del laboratorio di medicina del sonno della Sapienza hanno dormito in condizioni controllate con un  elettroencefalogramma per 7,5 ore. Alcuni sono stati risvegliati durante la fase Rem, altri in quella non Rem. Dopo il sonno ai soggetti è stato chiesto di raccontare i propri sogni, e proprio esaminando quelli del secondo gruppo è emerso che anche nella fase non Rem ci può essere attività onirica: “In tal caso – spiega Luigi De Gennaro, primo autore della ricerca – il successivo ricordo dei
sogni è legato non alla presenza, ma al contrario all’assenza sulla corteccia temporo-parietale destra di oscillazioni con frequenza da 8 a 12 Hz, chiamate onde alpha”.
Questo stesso meccanismo si riscontra anche in stato di veglia per la cosiddetta memoria episodica, un fenomeno già noto agli studiosi. “Quando si chiede a una persona di ricordare fatti e situazioni apprese nel corso della giornata – spiega Luigi De Gennaro, coordinatore della ricerca – la presenza di specifiche oscillazione elettriche con frequenza lenta nelle aree frontali rende possibile il ricordo di quell’episodio. Se questo non accade, la memoria dell’evento apparentemente sarà perduta per sempre”.
“Lo studio – dice De Gennaro – è che, una volta di più, si conferma che l’esperienza del sogno non è limitata alle fasi Rem, ma seppur con caratteristiche e basi neurali diverse, si riscontri in tutte le fasi del sonno. In sostanza – conclude – non sappiamo ancora perché ricordiamo o dimentichiamo i sogni, ma abbiamo finalmente identificato come ricordiamo e come dimentichiamo. “
Fonte: www.tgcom.it

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