VERNISSAGE, Sala Mostre Comunale-Palazzo Contarelli
SABATO 14 GENNAIO ORE 17
Presentazione a cura di
Elena Giampietri
Terminati gli studi presso l’Istituto d’Arte di Modena e l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dal 1971 tiene più di 50 esposizioni personali d’arte in Italia, Francia, Stati Uniti d’America.
La sua pittura, ma anche la scultura e la ceramica, sono caratterizzate da un segno forte e molto dinamico, da colori decisi e da temi naturalistici, interpretati sempre con grande sintesi evocativa.
Questo dinamismo del segno ha fatto apprezzare le opere di Pelillo sia dagli amanti della natura viva e ventosa, sia dagli amanti di molte attività sportive. L’ormai famoso “Cavallo” trova consenso per rappresentare di volta in volta la libertà, la fuga, la vittoria, ed è stato abbinato a molte manifestazioni della Scuderia Ferrari, tanto da essere inserito nel libro di Enzo Ferrari “Piloti che Gente”, oltre ad essere stato pubblicato e battuto dalla Casa d’Aste Finarte nel 1988.
Tante le occasioni che hanno coinvolto le opere di Pelillo tra le quali: Raid Ferrari d’Epoca1981, Ferrari Days 1983, 50° Ferrari, Incontri di Classe Ferrari Marostica e Cortina d’Ampezzo, Collezione Maranello Rosso Repubblica di San Marino, Pozzi Ferrari France Parigi 1983, International Ferrari Meet Monterey U.S.A. 1984, Autocenter San Francisco U.S.A. 1985 ,International Car Show New York 1986 e tante altre.
Negli ultimi anni Pelillo è presente in numerose fiere d’arte in Italia e all’estero rappresentato dalla galleria Contemporart.
Oggi Pelillo propone e rielabora i temi naturalistici giovanili, dove gli animali, le erbe, i rami intricati, i grovigli vegetali, vogliono sottolineare l’esigenza, anche urgente, di recuperare le cose belle e sane di questo mondo a rischio catastrofe. L’Artista vuole dare questo contributo ecologista senza drammatizzare ciò che non va, ma evidenziando quello che di bello esiste, il colore luminoso, la sinuosità sensuale delle linee, la vitalità positiva della natura; un guardare cosciente e fiducioso al futuro che potrà essere e dovrà essere “fantastico” per potere esistere.
La natura parlante di Roberto Pelillo
Nel nuovo corso artistico della produzione di Pelillo, c’è qualcosa che fa ritornare la mente ad Henri Rousseau, il “Doganiere”: il primitivismo, la descrizione minuziosa dei dati naturali, le relazioni prospettiche volutamente non considerate, i colori travisati in un cromatismo più che altro interiore, una sensazione di sospensione nel tempo e nello spazio. Come l’arte totalmente innovativa di quest’eccezionale nome dell’Impressionismo francese, così nelle più recenti ricerche di Pelillo si dimenticano quei soggetti come i cavalli della Scuderia Ferrari o le vele di Azzurra, che lo hanno reso noto a livello internazionale, per un’espressione più profonda, capace di trovare un legame silenzioso con la natura e i suoi grovigli di forme e tinte. Il suo primo lavoro, come disegnatore e incisore per importanti commissioni pubbliche e collezionisti privati, già avviato negli anni Settanta e Ottanta, ha in comune con questa nuova fase artistica il tocco stilizzato e un gusto spiccato per la linea definita, tagliente e marcata. Altrettanto, le ramificazioni e gli intrecci della natura assumono forme sinusoidali che ben si amalgamo nel loro arcano movimento: il mondo di Pelillo nasconde, infatti, un sentore di mistero. Si può dire, non tanto un’inquietudine fine a se stessa, quanto piuttosto l’enigmatica sospensione di qualcosa che dura in eterno, ma può anche precedere l’attimo di un tacito cambiamento repentino. Se, nella prima produzione, si colgono modi post futuristi, ora la minuzia della pittura si discosta dal realismo in senso stretto, perché esito di una fantasia piena e di una vegetazione incongruente rispetto ad ogni definizione scientifica. C’è il gusto per l’esotico, per giungle, uccelli di un immaginario favolistico e animali, come innocui conigli nascosti, con ironia, dietro cespugli che ne richiamano le forme arrotondate e le dimensioni: rifugi troppo bassi per essere una difesa sicura! Se c’è l’elemento animale, con questa duplice valenza, divertita o immaginifica, l’arte di Pelillo è fatta però di assenza di persone. In questo sta la differenza con Rousseau, pur cogliendone la sottile affinità, casuale e non appositamente ricercata. Quando si guardano le sue opere, si rimane di primo acchito in bilico, come se la ripetizione dei temi fosse a volte esasperata. Poi si scopre come il silenzio dei campi di grano possa parlare nel fruscio delle messi e nel rosso dei papaveri, come le frasche, quasi di una foresta tropicale, siano il regno di belve feroci. La ripetitività delle architetture della natura, in fondo, è sempre cangiante e tacitamente vibrante. Anche il colore ha una funzione fondamentale: i verdi e gli azzurri possiedono gradazioni infinite e il cielo, infuocato, riempie di forza alberi stilizzati privi delle foglie, secche presenze di tempi antichi. Non c’è infatti l’intenzione di rispettare, della natura, uno specifico avvicendarsi delle stagioni; sono piuttosto il giorno e la notte a creare suggestioni. Non importa il tempo, come elemento di riferimento cronologico: i tronchi e i rami possono essere bianchi come coperti di neve, o stregate presenze nella notte già calata, ma anche sanguigne maglie intrecciate su uno sfondo ceruleo. Il tratto cadenzato del segno di Pelillo si traduce nella sottigliezza delle finiture dei particolari e nelle lingue di colore che si dipanano tra i magri rami, quasi mai nodosi; il loro lungo respiro è nella continua tensione che soggiace, nella ricerca infinita e nella sete insaziabile degli arbusti ormai incolore. Quando si predilige, invece, la pienezza delle immagini, la foglia diventa carnosa e spessa, ma non è dimenticato il gioco ritmato che, attentamente, passa in rassegna i segreti e i particolari di una vegetazione pur sempre dell’immaginazione. La natura parlante di Pelillo ha infatti una voce emotiva.
Elena Giampietri
Le opere sono anche visibili sul sito www.pelilloroberto.com
